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- Gynevra, la salute al femminile
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Chi è Ginevra? Mi chiamo Ginevra, un nome che parla di me. Nell’elenco di lamentele lanciate quotidianamente a mia madre, di certo non compare la scelta onomastica… “Ginevra”. Tocca tutte le mie corde sensoriali. Ricordo l’effetto tattile e visivo che accompagnava le mie infantili prove autografe.... testo completo
Restando in tema di 8 marzo, care amiche, non perdo tempo a commentare il video sottostante. Mi limito a dirvi che vi regalerà 3 minuti di puro sollazzo, più la sensazione di aver compiuto la classica buona azione. Mi direte, “E che c'entra con la festa della donna?”. Ok, il filmato tratta di un problema al femminile e guardandolo si regala una speranza in un più alla lotta contro il cancro; ma il tumore al seno purtroppo colpisce tutti i giorni e – quanto a buone azioni – se i bei gesti si limitassero solo alla data di oggi, il mondo probabilmente andrebbe persino peggio di come effettivamente già va. Dunque, che c'entra?! Come volete, niente. A parte il fatto che oggi, scrivere "8 marzo" sul web significa accumulare più clic di quanti se ne potrebbero accumulare con qualsiasi altra parola, il che basterebbe a giustificare questa banale quanto azzardata associazione! Insomma, guardatelo quando vi pare, basta che lo guardiate. Infatti raggiunto il milione di contatti, lo sponsor della campagna, appunto i pink gloves che tutti indossano nel video, verseranno al dipartimento breast cancer del Providence St. Vincent Medical Center di Portland (Oregon) un nutrito finanziamento per la ricerca appunto contro quella peste tutta al femminile che ogni anno ci ammazza a migliaia: il cancro al seno. Et de hoc satis, non perdo altro tempo... Buona visone, a maschietti e femminucce...
Guarda il video
Che farete per la festa della donna? Una cenetta fra amiche tutta chiacchere? Streaptease maschile in qualche fumoso locale del centro? Od una delle tante iniziative che ricordano il significato sociale di questa ricorrenza al femminile?
Mi sono fatta la stessa domanda ed, escludendo la seconda risposta (suvvia ragazze, dei maschietti alla Full Monty non se ne può piu!), mi sono detta: “perché, devo proprio scegliere?” In fondo l'8 marzo è il mio compleanno, il che imporrebbe alla mia serata un discreto livello di baldoria (e così sia!). Ma che dire di anticipare, riservando l'attributo di “socialmente” attivo al mio venberdì? Tanto per sentirsi meno in colpa, una volta che i fumi dell'alcol avranno obnubilato i miei primi pensieri da 26enne!
Ebbene, fra le mille opzioni che l'8 marzo offre a chi vuol dividersi fra piaceri del corpo e dello spirito, ho scelto di partecipare alla campagna "Immagini amiche", lanciata da IUD - Unione donne in Italia. Stanca dell'immagine che TV e pubblicità veicolano delle donne, stanca dell'uso strumentale del corpo femminile per sedurre verso l'acquisto dei prodotti più diversi, l'UDI si impegna a mostrare le donne come sono davvero.
E lo fa scegliendo la recente docu-fiction Vite in cammino, regia di Cristina Mecci, prodotta da AIDOS - Associazione italiana donne per lo sviluppo, che affronta un tema complesso come le mutilazioni dei genitali femminili provando a dare, delle donne africane e della pratica, un'immagine attuale, vera, contestualizzata nei processi migratori, rispettosa della cultura pur senza venire meno alla condanna della pratica come violazione dei diritti umani di donne e bambine e all'obiettivo di promuoverne l'abbandono.
Vite in cammino è la storia di Samira e Kader, marito e moglie nella vita come nel film, interpretati rispettivamente da da Romaine M. Gannadje e Omer C. Gnamey, originari del Benin e residenti a Udine, che si confronta con il dilemma: sottomettere la figlia che stanno aspettando alla mutilazione dei genitali, come vuole la tradizione e la famiglia rimasta in Africa, o abbandonare la pratica, come suggeriscono altre donne africane intorno a loro e come richiede la legge italiana?
Dopo la proiezione, che si terrà a Roma, venerdì 5 marzo, alle 16 nella Sede nazionale dell'UDI (Via dell'Arco di Parma 15), Cristina Mecci darà vita ad un dibattito intitolato "Corpi asserviti al mercato: donne di oggi tra presenza virtuale e migrazione".
La docu-fiction è stata realizzata nell'ambito del progetto "Mutilazioni dei genitali femminili e diritti umani nelle comunità migranti", coordinato da AIDOS in collaborazione con ADUSU - Associazione diritti umani - sviluppo umano di Padova e Culture Aperte di Trieste, grazie al finanziamento del Dipartimento per le pari opportunità attraverso la legge n. 7/2006. Alla docu-fiction è stata dedicata una puntata speciale del programma "Crash" di RAI 3, che racconta le trasformazioni dell'Italia in paese di immigrazione.
Buon 8 marzo a tutte voi :)
Il fumo fa male e fa male tanto. Fin qui, non ci piove... A non metter sempre tutti d'accordo, sono piuttosto le modalità di diffusione del messaggio “no smoking” che puntano a sensibilizzare, scioccando, la popolazione di fumatori e non fumatori sui numerosi danni del tabagismo.
Dal primo video post-mortem con cui a metà '80 l'American Cancer Society consegnava l'ultima volontà dell'astro Yul Brenner ad pubblico sconvolto di fronte al tubo catodico (“Just don't smoke”); alle immagini shock stampate sui pacchetti di tutto il mondo (e c'è chi si lamenta delle nostre eleganti cicche abbigliate a lutto!); fino ad arrivare alla campagna che, proprio in questi giorni, supera i confini di Francia per raggiungerci con il suo alone di polemica al vetriolo.
Nessuna lesione purulenta o bambini ossigenati artificialmente, niente polmoni neri, né dita in cancrena, nessun dente marcio o maschio impotente; solo tre giovani volti, belli, innocenti, e in ginocchio, di fronte a un grave pericolo... La mano di uomo poggia sui loro capelli, spingendoli a un atto del tutto simile ad una fellatio, se non fosse per il fatto che, a dividere le bocche socchiuse dei tre dalla patta dei pantaloni dell'uomo di spalle, c'è solo una sigaretta, per giunta ancora spenta. Una trovata concettuale il cui messaggio, se non fosse già chiaro a prima vista, è sviscerato nella scritta sottostante: “Fumare significa essere schiavi del tabacco”.
Vero, non c'è che dire... Ma sul sito dell'organizzazione responsabile si scagliano lapidari i commenti dei detrattori, secondo i quali la campagna sminuirebbe l'idea di abuso sessuale o – peggio - implicherebbe che colui che subisce l'abuso è colpevole. "Diritti dei non fumatori" si difende, affermando che lo shock necessario a colpire nel profondo i novelli tabagisti è stato ottenuto senza mostrare alcuna violenza sessuale. E mentre precisa che le sigarette, erroneamente percepite come simbolo di emancipazione e libertà, sono al contrario causa di dipendenza e schiavitù, le femministe incalzano precisando che il sesso orale non causa cancro.
Aggiungerei a quanto detto da Antoinette Fouque, fautrice della piccante stilettata (e senza in alcun modo difendere il fenomeno del tabagismo!), che se anche il sesso orale fosse in grado di creare 'dipendenza' in chi lo fa (oltre che in chi lo riceve), tale capacità, più che 'viziosa' in senso deteriore (come nel caso del fumo), sarebbe da considerarsi virtuosa! A meno che – beninteso – non fosse una pratica imposta da chi la riceve e subita da chi la fa. Ma se gli stessi autori della campagna escludono in tutti i modi la presenza dell'elemento 'abuso' dai loro scatti controversi, cosa resterebbe ad accomunare in queste immagini il concetto di fellatio a quello del consumo di tabacco, se non l'idea ambigua di due oralità altrettanto piacevoli, ma dalle opposte conseguenze sulla salute? A voi tutti - fumatori e non - l'ardua sentenza...
"Ma chi l'ha detto che a 28 anni è già troppo tardi per il primo orgasmo?!”. Suonava più o meno così la risposta esterrefatta data qualche giorno fa alla mia amica D, ancora alle prese con i suoi problemi di anorgasmia. La poveretta, anni 28 (un passato costellato di fallimenti amorosi dovuti alla sua presunta “frigidità”), ha ormai deciso che dopo secoli di orgogliosa affermazione della propria particolarità è giunto il momento di cominciare a fingere. Così, a quasi due anni da quando Giacomo l'ha mollata ed altrettanti di fantasioso autoerotismo nel tentativo di ottenere da sola ciò che una vita di sesso sfrenato non è valsa a raggiungere, mi comunica che finalmente è riuscita a mentire e che lui le ha creduto. A sentir lei, pare che stavolta “valga la pena”; pare che Alex sia troppo eccezionale per essere sacrificato in nome della verità; e che dunque sia meglio perpetuare la menzogna, sperando nelle virtù del suo nuovo Abandon, wireless e waterproof! Ora, a prescindere dalla fiducia che nutro nella nuova generazione di sex toys (sempre più stilosi, ben congeniati, e costosi!), mi permetto di farle notare che la sua segretissima ricerca avrebbe avuto ben poco da guadagnare da una soluzione di tale specie. Naturalmente aggiungo che se è riuscita ad ingannare lui fingendosi soddisfatta, certo non può fare lo stesso con me, che già intravedo sotto l'apparente fierezza un fondo di malcelata angoscia. Quindi confessa: più che aver trovato l'arma vincente contro la sua anorgasmia, gli si è definitivamente arresa. E, convincendosi del fatto di non dover risolvere un proprio problema (la mancanza di qualcosa che non ha mai conosciuto), bensì quello del Lui di turno, insoddisfatto perché incapace di procurarle piacere, lei getta la spugna e sceglie la strada più breve: imparare a fingere l'orgasmo.
“Non è poi così difficile – incalza cercando di cancellare l'espressione severa dalla mia faccia – certi versi ce li propinano su tutti gli schermi fin dalla nascita! E poi ormai è fatta – aggiunge - come glielo dico che era una 'parte'? Mi vergogno più di questo che del fatto che non riesca a venire! Mi mollerebbe su due piedi e avrebbe ragione!”. Colpita da un pronostico che giudico esageratamente catastrofico cerco di tranquillizzarla, ricordandole che almeno una volta - non dico a tutte, ma a quasi tutte le donne - capita di fingere a letto. Per fretta, pigrizia, rancore, sonno, mal di testa o - come nel suo caso - poca consapevolezza del proprio corpo. “Poca consapevolezza?! - esplode D – ma se la prima volta non ne avevo ancora 14!”. “Aggiungerei che ne hai avuti tanti - quasi tutti belli e campioni di resistenza - che sei sportiva, disinibita, fichissima, generosa, atletica e con sfumature “bondage”, ma che tutto questo non significa assolutamente niente! - la freddo io. “Tesoro bello, il mio consiglio è di sceglierti una brava sessuologa che ti insegni ad affrontare la questione con armi mai sperimentate prima”. Amen. D mi dà retta ed oggi eccotela tutta trionfante farmi irruzione in camera presentando il resoconto della sua prima visita dalla sessuologa.
Mi accorgo subito, già dalle prime parole, che stavolta l'orgoglio sul suo viso non è solo apparente, che è sulla strada buona e che con ogni probabilità ben presto potrà smettere di mentire. “Eppoi, sai... - aggiunge gioiosa - mi ha detto che posso tenerlo!”. “Tenere cosa?”, le domando curiosa. “Il mio Abandon nuovo! Dice la dottoressa che è un ottimo alleato, basta che non esageri e che faccia quotidianamente tutti gli esercizi di ginnastica pelvica che mi ha prescritto!”. “E quelli lì?”, le chiedo indicandole le scarpe vertiginose . “Ma come, non lo sapevi? - risponde con fare da professorina: “i tacchi a spillo aiutano a tonificare la zona pelvica con ripercussioni positive sulla sfera sessuale femminile! Ma questa è roba vecchia Gin... aggiornati!”.
Udite, udite, un test casalingo per determinare in pochi secondi la fertilità (od infertilità) maschile è stato messo a punto in un laboratorio di ricerca olandese. L'idea nasce da una triste verità: la percentuale di milioni di spermatozoi generalmente presente in un millilitro di sperma pare si sia dimezzata nel corso degli ultimi 50 anni. Un dato responsabile di una altrettanto infausta stima, per la quale circa il 35% di casi d'infertilità dipenderebbe dall'uomo.
L'avveniristica scoperta consiste in un chip di appena 10 centimetri che raccoglie il campione di sperma, ne misura le perturbazioni elettriche e stabilisce la concentrazione di cellule spermatiche presente nel liquido seminale. Una tecnica che rischia di surclassare in un battibaleno e con la stessa percentuale di errore l'orrorifica pratica che accompagna l'esame dello sperma. Allo stato attuale, infatti, il malcapitato che non ha modo di masturbarsi dentro casa o nel bagno dell'ufficio e di precipitarsi in laboratorio per consegnare in tempo utile (1 ora) quel concentrato di sé nelle mani del personale sanitario; è costretto a procurarsi l'eiaculazione fra quattro mura spesso comunicanti con lo studio di un dottore, previa consegna da parte degli addetti ai “lavori” di riviste hardcore datate 1985. E a parte il fatto che la protagonista in copertina probabilmente ha i sopracciglioni alla Elio e un look che fa spavento, lo scenario presenta ben più di un aspetto imbarazzante!
Allora perché mai – mi domando – nonostante le sue virtù, questo gioiellino della nanotecnologia ha ricevuto tiepida accoglienza da parte della comunità scientifica e dei suoi stessi creatori? Il suo papà, tale Loes Segerink dell'Università di Twente Enschede, sostiene che, sebbene il test sia tecnicamente pronto, un'auto-diagnosi d'infertilità ottenuta in 12 secondi da casa potrebbe provocare non pochi danni ai pazienti, perché privi dell'immediato sostegno che una corretta e tempestiva informazione sul risultato dovrebbe fornire. La società, detto in soldoni, non sarebbe "pronta" a questo magnifico regalo della scienza!
La cosa non mi convince così chiamo la mia nuova coinquilina (Vale si è trasferita con la piccola Federica ed ora vive con Stefano... finalmente!), che guarda caso è sessuologa e per la quale spermiogrammi, spermiocolture e quant'altro costituiscono pane quotidiano. La pesco dal parrucchiere, mentre due mani le praticano uno shampoo che lei definisce ''erotico'', e le chiedo di togliermi una curiosità: “Quanto costa un'esame per il conteggio dello sperma?”. “Circa 100 euro – fa lei – mentre nel pubblico è gratuito. Ma i tempi d'attesa sono molto più lunghi – puntualizza – ed anche il trattamento, ovviamente, è diverso”.
Cento euro, quindi. Una cifra che non definirei esorbitante: abbastanza bassa per scegliere la via privata (risparmiando tempo e ricevendo - oltre ai Playboy più aggiornati - magari anche “i guanti bianchi”), ma abbastanza alta per fare incassare, data la folta percentuale di richieste quotidiane, soldi a palate a studi ed istituti privati. Per quanto mi riguarda il dato è tratto. E non comprende le considerazioni di natura psicosociale fatte da medici intellettualmente onesti, preoccupati per un'improbabile epidemia di suicidi.
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