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Confronti

Sport e sessualità

Carla Consoni

Insegnante di educazione fisica e specialista in Chinesiologia della rieducazione, tecnico della nazionale della Federazione Ginnastica d'Italia

L'allenamento nei bambini: agonismo si o no?

Carla ConsoniÈ ormai acquisizione diffusa che lo sport, praticato fin dai primi anni di vita, è in grado di indurre sostanziali benefici, di promuovere un buono stato di salute e di stimolare un adeguato sviluppo delle capacità motorie. Quali sono gli elementi per un coretto allenamento per i più piccoli?
Una corretta formazione motoria e sportiva in età giovanile può evolversi successivamente nella pratica agonistica o come sport del tempo libero.
È importante scegliere, in primo luogo, uno sport che sia adatto all'età, alle dinamiche di sviluppo e alle capacità fisiche e motorie del bambino e che rispetti i suoi gusti, realizzando le sue aspettative di relazione e di confronto sociale. In considerazione della grande disponibilità al movimento tipica dell'età infantile e giovanile, una scelta adeguata consente al bambino non soltanto di mantenere un ottimale livello di abilità fisica, ma anche di effettuare un migliore approccio all'attività fisica e sportiva vivendo lo sport in maniera piacevole e divertente. Soltanto una solida motivazione al movimento, infatti, è in grado di sviluppare un reale e duraturo interesse verso una pratica fisico-sportiva.

Con il professor Michelangelo Giampietro abbiamo parlato di rispetto delle "fasi sensibili" o "periodi critici" nello sviluppo: quali sono gli sport più indicati in funzione delle diverse età?

È decisamente importante scegliere le attività fisiche e sportive più adatte alle varie età. La prima infanzia che va dalla nascita fino ai 2-3 anni, è il periodo in cui i bambini ricevono dall'ambiente le stimolazioni necessarie al loro sviluppo psicomotorio. Verso i 3 anni si consiglia il "baby nuoto", un programma di acquaticità che si sviluppa nel rispetto delle esigenze evolutive del piccolo che in acqua rivive l'habitat della vita intrauterina. La seconda infanzia dai 3 ai 6 anni è la fase in cui si è in grado di effettuare un gran numero di esercizi; lo schema corporeo e la capacità di realizzare movimenti volontari con più precisione migliorano. Sono indicati il nuoto, il calcio e tutte quelle attività chiamate "ludicomotorie", in grado cioè, di avviare il bambino all'attività sportiva attraverso un approccio vissuto sotto forma di gioco e di svago. Durante la terza infanzia, dai 6 ai 10 anni, il bambino è in grado di rappresentare mentalmente il proprio corpo sia in forma statica che dinamica e in tal modo riesce ad avere una migliore percezione del concetto di spazio e di tempo affinando la motricità globale. Fino agli 8 anni sono consigliate le discipline in grado di favorire un migliore controllo dei movimenti e una maggiore disponibilità all'accettazione di regole: le arti marziali, la ginnastica ritmica e artistica e la danza. Dopo gli 8 anni, quando il bambino è in grado di accettare le regole e le dinamiche del gruppo, il gioco motorio assume il carattere tipicamente presportivo. A questa età sono adatti il minibasket (pallacanestro), il minivolley (pallavolo) e il minihandball (pallamano). Il periodo che va dai 10-11 anni fino ai 12-14 anni e durante l'adolescenza (14-16 anni) è una fase della crescita caratterizzata da una notevole maturazione del sistema neuroendocrino e da un significativo sviluppo del sistema muscolare. Pertanto, a partire dai 14 anni (sviluppo puberale), per la maggiore secrezione degli ormoni sessuali, è possibile effettuare anche allenamenti mirati allo sviluppo della forza. L'attività fisica è finalizzata quasi esclusivamente alla pratica sportiva (con una preferenza per gli sport di squadra: pallanuoto, calcio, pallavolo, pallacanestro, ecc.), quale elemento educativo e formativo fondamentale soprattutto nelle dinamiche di confronto e di aggregazione sociale. Prima dei 12 anni si sconsiglia la pratica sportiva a livello agonistico; prima di questa età, infatti, non sussistono ancora i presupposti psico-fisici idonei per affrontare intensi carichi di lavoro sia a livello fisiologico che psicologico.

Lo sport agonistico è, infatti, spesso caratterizzato da elementi - un elevato carico dell'allenamento, un ritmo sostenuto delle competizioni, stress psicologico - che possono determinare uno sviluppo meno equilibrato - disturbi del comportamento alimentare, amenorrea primaria, ecc. - difficilmente gestibile in giovane età. Quanto sono consigliabili gli sport di alto livello nei bambini?

Vi sono esperienze educative insostituibili per lo sviluppo e l'educazione del bambino, molte delle quali sono legate alla pratica di uno sport: l'interesse per il gioco, la necessità di autoaffermazione, il desiderio di competere, ecc. Per fare tali esperienze non è necessario che il bambino sia coinvolto nella pratica sportiva di alto livello, le cui conseguenze sono a volte difficile da gestire anche per gli adulti. È sufficiente, infatti, che i bambini pratichino uno "sport competitivo" come confronto sportivo vissuto in una dimensione agonistica accettabile, dove gli allenamenti e le competizioni diventano un fattore complementare e non esclusivo delle loro attività praticate nel tempo libero. Nello sport competitivo, infatti, la gara non rappresenta un unico, grande e assoluto obiettivo da raggiungere, ma un mezzo, un metodo che verifichi l'evoluzione e l'apprendimento del programma di allenamento, i progressi compiuti e che si dimostri, soprattutto, un'occasione di divertimento. La pratica agonistica difatti, per essere considerata educativa, deve integrarsi con lo sviluppo globale del bambino senza che lo stress dell'allenamento e della competizione ne pregiudichino lo stato di salute e le relazioni sociali al di fuori del gruppo sportivo. Al fine di favorire uno sviluppo fisico completo e armonico del bambino, deve essere evitata una specializzazione precoce e unilaterale in una specifica disciplina sportiva e in particolari abilità tecniche. Il bambino, infatti, ha un assoluto bisogno di effettuare una grande varietà di giochi e di esperienze motorie non condizionate da una prestazione o da un risultato in particolare da raggiungere. Quando si verifica in un bambino la predisposizione psicologica e fisica al conseguimento di elevati risultati sportivi, è importante promuoverne il talento avviandolo a un'attività di orientamento sportivo che non "bruci" precocemente le sue doti naturali, ma che al contrario sappia creare un potenziamento della motivazione allo sport attraverso lo sviluppo di condizioni ambientali, materiali e psicologiche favorevoli alla sua formazione.

L'agonismo nei bambini: sì o no?

L'agonismo viene generalmente definito come l'espressione regolamentata dell'aggressività, un comportamento organizzato secondo modelli culturali di auto affermazione competitiva. Il bambino elabora l'aggressività in base agli schemi educativi vissuti in famiglia e proposti dall'ambiente come modelli di azione competitiva. Lo sport rappresenta un dispositivo sociale che consente di codificare, secondo precise regole, i vari modelli comportamentali competitivi propri della nostra cultura. Poiché a partire dalla terza infanzia (dai 6 anni in poi), aumenta il bisogno di confrontarsi e di misurarsi con gli altri lo sport può rivestire un particolare ruolo di mediatore delle emozioni, delle aspirazioni e delle spinte motivazionali legate al desiderio di successo: attraverso l'esperienza competitiva il bambino migliora, in linea generale, i livelli di autostima prendendo coscienza dei propri limiti e delle proprie capacità. La situazione-stimolo del confronto (con se stessi, con un avversario, con il tempo, ecc.), può offrire al giovane un'esperienza di approvazione e di successo personale, aumentandone la disponibilità a impegnarsi in attività competitive.

Tuttavia, non sempre gli allenatori sono così attenti a questi aspetti…

Quando le richieste dell'allenatore sono troppo elevate per le capacità del bambino, c'è il rischio di limitarne la naturale spinta agonistica e di inibirne la partecipazione alla pratica sportiva in generale. Un'eccessiva ambizione da parte di tecnici e genitori, insieme a un programma di allenamento e di competizioni esasperato, può creare un senso di frustrazione e di svalutazione personale nel bambino che, collezionando un insuccesso dopo l'altro, abbandona l'attività.
Il vero significato dello sport, specie nei più piccoli, deve essere considerato non in funzione della vittoria e di un eventuale record da battere, ma come una condizione formativa in grado di sviluppare al meglio le potenzialità psico-fisiche e le relazioni sociali. Quando l'iniziale desiderio di affermazione di tipo aggressivo del bambino si trasforma, nel giovane, in una spinta motivazionale che ricerca il confronto con l'avversario per verificare le proprie capacità e la validità della programmazione, l'agonismo ha realizzato il suo vero obiettivo educativo.

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Attività fisica in gravidanza: consigli utili

Considerando che è quasi al termine del periodo di gestazione chi meglio di lei potrebbe indicare qualche prezioso consiglio per un allenamento sportivo in gravidanza… ma prima di tutto: è consigliabile fare attività fisica in questo particolare periodo della vita di una donna?

Sempre più donne praticano attività fisica in gravidanza, ma nonostante questa diffusa abitudine sono ancora pochi gli studi ben condotti relativi agli effetti dell'attività fisica e dell'allenamento sulla madre e sul feto e pertanto non si è ancora in grado di individuarne e quantificarne con precisione rischi e benefici. Soltanto alcuni aspetti dell'esercizio fisico riferiti, più che altro, alla pratica di un esercizio pesante hanno destato interesse e apprensione per i possibili effetti sulla madre e sul feto e hanno messo in luce effetti sia negativi che positivi.

Cominciamo dagli effetti negativi, quali sono?

La pratica di un esercizio intenso o moderatamente intenso è in grado di favorire l'insorgenza di complicanze al normale decorso della gravidanza. Per quanto riguarda il feto, gli effetti più importanti in termini di un aumentato rischio sono: eccessivo aumento della pressione arteriosa materna (superiore a 140/90 mmHg); innalzamento della frequenza cardiaca (superiore ai 140 battiti per minuto in donne non allenate e superiore a 160 in donne precedentemente allenate); ipertermia fetale (temperatura del feto superiore a 38°C, in aumento rispetto ai normali valori); ridotto peso del feto alla nascita; travaglio pretermine; ipossia fetale (riduzione della quantità di ossigeno che arriva al feto tramite la placenta); ridotto apporto di glucosio al feto. Un eccesso di esercizio fisico, inoltre, potrebbe aumentare l'attività contrattile dell'utero, favorendo un aborto spontaneo, un parto prematuro o la nascita di un feto sottopeso.

E quelli positivi?

Un'attività fisica leggera svolta con regolarità non soltanto ha un notevole effetto a livello psicologico nell'indurre un certo grado di rilassamento e di benessere psicofisico nella donna gravida, ma, specie se praticata fin dal primo trimestre, migliora il naturale decorso della gravidanza e la crescita del feto attraverso lo sviluppo della placenta e del suo volume vascolare totale, aumentando la capacità di trasporto di ossigeno e di sostanze nutritive indispensabili per il feto. La pratica di un modesto esercizio fisico è in grado quindi di: aumentare l'efficienza degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio migliorando l'adattamento materno alla gravidanza e al parto (maggiore riserva cardiopolmonare); migliorare la circolazione negli arti inferiori, riducendo il senso di gonfiore, gli episodi di dolore, di crampi e di affaticamento, e migliorare il tono della muscolatura perineale; contenere l'aumento del peso corporeo; diminuire il rischio di diabete gestazionale e gli episodi di lombalgia; migliorare il tono muscolare in generale e la postura; provocare una minore incidenza di lacerazioni perineali di terzo e quarto grado; ridurre il tempo del travaglio e il numero di complicanze ostetriche.

Quali sono le attività più indicate?

Le attività più adatte sono quelle svolte in acqua (per una maggiore e migliore dispersione termica e per un ridotto carico meccanico sulle articolazioni), in posizione orizzontale, come il nuoto, e in verticale, come l'acquafitness e gli esercizi di ginnastica e/o danza (a corpo libero) eseguiti con accompagnamento musicale. Alcuni studi, infatti, hanno messo in risalto la possibilità che le vibrazioni sonore prodotte dalla musica producano un effetto stimolante sulle strutture nervose del feto. Le donne in cui si riscontra un decorso della gravidanza abbastanza normale, possono praticare regolarmente una corretta attività fisica (secondo la giusta intensità, durata e frequenza), programmata in base al loro specifico stato di salute, al livello di allenamento e alle capacità motorie, scegliendo il tipo di esercizio più gradevole da effettuare.

Le atlete possono gareggiare durante la gravidanza?

I primi lavori condotti sull'allenamento di donne in gravidanza non indicano particolari rischi per la madre e per il feto ma anzi evidenziano che l'attività fisica non costituisce uno stress fisiologico maggiore rispetto al periodo antecedente alla gestazione. Dagli studi esistenti effettuati su atlete che hanno partecipato durante i primi tre o quattro mesi di gravidanza ad attività agonistiche emerge che queste sono riuscite a portare a termine la competizione e in alcuni casi riportando anche tempi molto buoni. Si tratta di un riscontro che è stato effettuato su gruppi di élite, quindi in un contesto agonistico che richiede anche particolari considerazioni: è vero che lo sport se ben praticato non espone a rischio la gravidanza ma è anche vero che, ad eccezione di alcuni casi particolari, la gravidanza, a causa dei cambiamenti anatomo-fisiologici che si verificano progressivamente, può influire negativamente sulla capacità di prestazione delle atlete.

Si rende necessario, quindi, affrontare in maniera opportuna anche dal punto di vista psicologico tutti i cambiamenti morfologico-strutturali che si verificano nel corso della gravidanza e che influenzano l'apparato locomotore sia a riposo sia in condizioni di esercizio fisico?

Sì, come ad esempio il progressivo incremento di peso che aumenta notevolmente l'intensità del carico esercitato sulle articolazioni, una errata postura dovuta allo spostamento del centro di gravità a causa dell'alterata distribuzione del peso corporeo, una lassità delle articolazioni e dei legamenti, tutti fattori in grado di limitare la performance sportiva. Inoltre, i tentativi di sostituire movimenti compensatori alla capacità di movimento fluida, armonica ed efficace, precedente alla gravidanza, non producono programmi di movimento adatti e funzionali al gesto tecnico da compiere, diminuendo in tal modo il livello di competitività e aumentando il rischio di lesioni; tutte situazioni con le quali è necessario confrontarsi anche psicologicamente.

Ci sono differenze se l'attività sportiva è praticata a livello amatoriale o agonistico?

Chi fa attività a livello amatoriale ha molti meno problemi rispetto a chi svolge un'attività di tipo agonistico. In ogni caso è necessario evitare tutti gli sport a elevato rischio di cadute o quelli considerati pericolosi dove, ad esempio, è previsto molto contatto fisico. Per l'attività a livello agonistico c'è da precisare che oltre al tipo di sport, bisogna prestare attenzione all'organizzazione dell'allenamento: l'intensità alta, la durata e la frequenza delle sedute possono interferire negativamente sul decorso della gravidanza, soprattutto per le eventuali complicazioni termoregolatorie che possono insorgere. Un motivo questo per cui in gravidanza sono molto consigliati gli sport in acqua.

Quali effetti può avere il parto sulle successive prestazioni sportive?

Una prima indagine è stata condotta su un gruppo di atlete che hanno preso parte alle Olimpiadi di Tokyo e che hanno continuato l'attività agonistica dopo il parto. La ricerca ha attestato un miglioramento – nel 46 per cento dei casi – dei propri record alla fine del primo anno successivo al parto; inoltre studi successivi hanno confermato che la maternità non limita di per sé la prestazione atletica. Chiaramente il tempo di ripresa della routine di esercizi dopo il parto è soggettiva e dipende dal tipo di attività che si vuole riprendere, in ogni caso questa deve essere ripresa con estrema gradualità. Nessuno tra gli studi esistenti ha dimostrato, tuttavia, che il parto possa aver compromesso in alcun modo le prestazioni successive all'esperienza della gravidanza.


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Sport per prevenire l'osteoporosi

Restando in tema femminile, se lo sport è praticato in modo equilibrato e costante può diventare uno strumento di prevenzione nei confronti disturbi quali, ad esempio, l'osteoporosi…

L'osteoporosi è una condizione patologica caratterizzata da una diminuzione di massa ossea (demineralizzazione) in grado di aumentare la fragilità scheletrica e il rischio di fratture nei soggetti affetti da tale malattia. La perdita di tessuto osseo, entro certi limiti, è un fenomeno del tutto naturale che si evidenzia maggiormente nel sesso femminile (soprattutto dopo la menopausa) e in maniera più significativa durante l'invecchiamento. Tuttavia, come molti dei processi che si manifestano durante la vecchiaia, la velocità e l'entità della perdita di tessuto osseo variano da soggetto a soggetto. L'esercizio fisico non intenso sembra essere determinante nell'aumentare il picco di massa ossea in età giovanile e nel rallentare la perdita di tessuto osseo in età avanzata. Si può affermare, pertanto, che la percentuale di diminuzione della massa ossea è sicuramente inferiore in tutti coloro che hanno iniziato precocemente, ma soprattutto mantenuto nel tempo, la pratica regolare di una attività fisica. Un'attività fisica praticata con regolarità fin da giovani, infatti, è in grado di stimolare l'incremento della densità minerale ossea (BMD); questo dipende dal tipo di attività, dall'intensità alla quale è stata praticata e dal numero di anni di allenamento.

Come funziona, in particolare, questo meccanismo che permette l'incremento della densità minerale ossea?

L'attività fisica non produce un aumento generico di massa ossea su tutto lo scheletro, ma soltanto in quei segmenti ossei dove vengono applicate le forze di compressione dovute all'effetto della forza di gravità e all'esercizio delle masse muscolari (contrazione e decontrazione). Utilizzare in condizioni dinamiche il peso corporeo e la tensione muscolare del soggetto in movimento, attraverso specifici esercizi, consente, difatti, di produrre degli stress meccanici ripetitivi di una certa intensità su determinate parti dello scheletro aumentando il valore della massa ossea nei distretti impegnati nei diversi movimenti.

Quali sono le attività da privilegiare?

Le attività motorie antigravitazionali (contro la forza di gravità) e in particolare le attività di resistenza che utilizzano il peso corporeo come carico allenante e gli esercizi di rinforzo muscolare con piccoli e medi sovraccarichi, da effettuare dalla stazione eretta con uno sforzo moderato e ripetuti per un sufficiente numero di volte a opportuni intervalli, secondo un adeguato ritmo di esecuzione. Qualsiasi attività sportiva che sfrutti la forza di gravità e l'impatto del corpo al suolo può essere utile; meglio, tuttavia, le attività composte da movimenti variati, non sempre uguali, aciclici (come la ginnastica generale e i giochi sportivi), piuttosto che da movimenti uguali, ciclici (come la corsa, il nuoto, il ciclismo, ecc.). Gli sport aciclici, generalmente, per la loro varietà di movimenti, sono in grado di stimolare adeguatamente tutti i distretti articolari in maniera omogenea. Si ricorda infine, a prescindere dal tipo di attività praticata, l'importanza di prevedere esercizi specifici che mantengano nei limiti ottimali la densità ossea dei tre segmenti ossei maggiormente colpiti dall'osteoporosi: colonna vertebrale, anca e avambraccio. Negli anziani la perdita di massa ossea è più consistente, quindi, l'attività fisica consigliata e finalizzata al trattamento dell'osteoporosi deve prevedere oltre alle caratteristiche sopra dette, esercizi di coordinazione, di equilibrio e di controllo posturale.

28 luglio 2004