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Il Punto VI(P)

Due chiacchiere con Melissa P.

Melissa P.
Dalla Sicilia, terra in cui ha scritto il suo famoso primo libro quando era adolescente, Melissa P(anarello) si è trasferita a Roma, e lì ci siamo conosciute un paio di anni fa, una sera che eravamo a ballare nello stesso posto. Fin dal primo incontro, durante il quale le feci alcune delle domande che ho ripetuto anche in questa intervista, mi è risultata subito simpatica - non solo per la gentilezza e disponibilità con cui calmava la mia curiosità ma soprattutto per l’intelligenza, unita alla consapevolezza di sé e del proprio fenomeno mediatico, con la quale rispondeva, cosa così rara in questi tempi di stupidità malefica, menzogna diffusa e verità confuse. Da allora ci siamo incontrate altre due o tre volte sempre in casa sua o mia, se quindi può forse sembrare che  facciamo chiacchiere da parrucchiere per il tono domestico con cui dialoghiamo, non è vero: al contrario stiamo parlando di cose serissime.
A cura di Marianna Loy

Che effetto ti fa (dal punto di vista umano, più che professionale – ma anche professionale) tutto il veleno che quotidianamente ti scaricano addosso? Ti feriscono gli insulti? Quanto pesa il fatto che ci sia sempre chi ti prende come esempio di scrittura trash?

In realtà non mi ferisce affatto dal punto di vista umano. Anche perché mi rendo conto che la maggior parte degli attacchi che subisco proviene da persone che non hanno letto i miei libri e che partono semplicemente da un pregiudizio: solo perché l’autorevole scrittore Tal dei Tali ha detto che Melissa P. è trash e allora anch’io, lettore che lo seguo, devo pensare che sia trash. Arriva a un certo punto la psicosi di massa per cui se quello dice che Melissa P. non va letto io faccio quello che mi dice, appunto, l’intellettuale del momento. Però personalmente non mi ferisce perché sono sì attacchi personali ma io, considerandomi assolutamente al di fuori di quello che la gente pensa, dice, scrive, non mi sento attaccata. Loro attaccano un personaggio che essi stessi si sono costruiti, io non ho mai dato adito di pensare che sia vero. Hanno un’immaginazione talmente forte per cui si sono costruiti un personaggio di me. Me lo appioppano come se fosse una cosa mia, ma mia non è, perché se tu vuoi comprendere il mio fenomeno, la mia scrittura, in parte la mia persona, devi leggerti i miei libri. Se no non andiamo da nessuna parte.

Appunto. Ho fatto negli ultimi giorni una full immersion di Melissa on-line e mi sono spaventata, ho paura per te: mi sono imbattuta in almeno un paio di libri dal titolo esplicito contro di te. Hai mai avuto degli stalker? Gente che ti ha dato fastidio?

Non tantissima. Spesso mi è capitato di ricevere messaggi, oppure gente alle presentazioni che mi diceva: “Ti vorrei uccidere”.

Ouch. Violenti...

Si scatena una violenza veramente da psicosi di massa, ecco perché usavo proprio quel termine. Allora, se un libro di Moccia non piace, semplicemente si dice: “Il libro di Moccia non mi piace”. E molto spesso anche perché, non piace. Nel mio caso, non solo poche volte si limitano a dire che i miei libri non piacciono, ma devono proprio caricare, andare oltre, fare… Adesso è uscita questa cosa su "Gli Altri", quella cosa di Nicola Lagioia che dice di infilarmi le pagine di Lolita nel culo. Su Moccia non dicono mai “Infilargli Orwell nel culo”, no? Insomma, sono cose che vanno oltre la critica letteraria. Qui non si critica il libro. Perché nessuno, nessuno di questi critici mi ha mai detto perché i miei libri non valgono niente. Io voglio saperlo come scrittrice perché se le critiche devono servire a costruire, evidentemente ho bisogno di sapere cosa non va. I dialoghi fanno schifo? I personaggi non funzionano? Uso la punteggiatura sbagliata? Dimmi perché il mio libro non vale niente letterariamente!

Penso dipenda anche dal fatto che tu sei una donna. Sei femmina e quindi è più semplice attaccare etichette spregevoli. A Moccia al limite gli hanno dato del "ragazzino", del "bambinone"...

O del “pariolino”, sì… Il fatto che sia donna, giovane, e di successo sono tre condizioni ottime per tirare fuori tutto questo odio.

Anche nell’editoria italiana c’è maschilismo secondo te?

Sì, moltissimo. Quando gli scrittori uomini parlano di sesso nei loro libri quella è narrativa, narrativa in generale. Quando la scrittrice donna parla di sesso nei suoi libri, allora sta facendo letteratura erotica. È anche una ghettizzazione che secondo loro alle donne fa piacere, ma a me non fa piacere.
Perché nel mio libro le scene di sesso se le conti sono sette pagine, ma poi ce ne sono altre centosessanta. Confrontiamoci anche sulle altre centosessanta, non confrontiamoci soltanto sulle sette pagine di sesso: le descrivo perché mi piace descrivere le cose e quindi se tu fai scopare i tuoi personaggi e però non descrivi la scena di sesso, quello è un problema tuo, del tuo stile di scrittura. Il mio stile di scrittura richiede che ci sia una descrittività precisa delle cose.

Hanno riaperto la tua fan page su Facebook?

No.

E hai scoperto perché è stata chiusa?

No. Ma è allucinante: esistono gruppi contro gli zingari, contro i rom, contro qualsiasi gruppo etnico e questi vanno a chiudere la mia pagina.

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