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| Meno cesarei più salute per mamme e neonati | |
| martedì 9 febbraio 2010 | |
| Da Ginevra, OMS, SIGO e ONDA chiedono la revisione del tasso di cesarei in Italia. Non migliora gli esiti del parto, anzi aumenta il rischio di mortalità materna. | |
| “Perché devo soffrire, se posso fare il cesareo?”. Ecco riassunto, in una domanda, l'atteggiamento del 40% delle 'quasi' mamme italiane (con punte superiori al 50 nelle regioni del sud) che, per la paura di complicanze durante il parto o sacro terrore per il dolorosissimo travaglio, "tagliano la testa al toro" invocando il cesareo. Alla base, la convinzione che il “taglio” sia la soluzione ideale e che, insieme al dolore, si abbassino i rischi legati al parto naturale. Niente di più sbagliato, stando a quanto emerso all'incontro istituzionale sulla salute riproduttiva, che ha riunito a Ginevra la Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (SIGO), l'Osservatorio Nazionale Salute Donna (O.N.Da) e la Società Italiana Medici Manager (Simm), per discutere su questo primato tutto italiano: la maggior percentuale di cesarei (non necessari) d'Europa. Al centro della tavola rotonda, la mozione già approvata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che chiede al Governo Italiano di impegnarsi per completare entro il 2012 (anno in cui si svolgerà in Italia il congresso mondiale di ginecologia) la revisione delle raccomandazioni internazionali sul tasso consigliato di tagli cesarei, con la riduzione di questi al 20%. Il frequente ricorso al cesareo, infatti, non necessariamente migliora gli effetti del parto sulla salute di madri e bambini. Anzi – avverte Walter Ricciardi, presidente della Simm - il rischio di mortalità materna per cesareo è da 2 a 4 volte superiore rispetto al parto vaginale". Un dato che stupisce e che dovrebbe mettere in guardia – continua Giorgio Vittori, presidente SIGO – soprattutto chi lo richiede senza “alcuna indicazione clinica e per cui non viene segnalato un travaglio precedente, che per i dati del 2005 è pari al 24,9% dei parti cesarei”. Quali sono dunque in rischi aggiuntivi di questa pratica rispetto al parto naturale? “L'aumento significativo della morbilità e della mortalità materna dovuta principalmente ad infezioni – prosegue il presidente dei ginecologi - tromboembolismo venoso e complicanze legate all'anestesia”. E ancora “aumento di problemi respiratori del feto, rischio di dover ricorrere a trattamento antibiotico 5 volte maggiore che dopo il parto vaginale, aumento della permanenza dei bambini in terapia intensiva, più lunga degenza ospedaliera delle mamme, spesso costrette ad un nuovo ricovero nel post-partum”. Un quadro allarmante, ma spesso sconosciuto alla gran parte delle donne, per via della mancanza di strumenti adeguati che le informino su vantaggi e svantaggi (fra questi le implicazioni sulle gravidanze future); o non considerato per l'assenza di risorse che garantiscano l'epidurale gratuita (“un diritto in più per partorire con meno dolore”, precisa Francesca Merzagora, presidentessa O.N.Da) o per la tendenza dei medici ad assecondare la paziente perché spaventati dal contenzioso legale, in caso di complicanze. Dunque, cosa fare? parola ai partecipanti presenti a Ginevra, che invocano innazitutto la sensibilizzazione sul concetto di "appropriatezza" del parto cesareo, con la divulgazione di materiale informativo in consultori e ambulatori; implementazione dei corsi pre-parto; assegnazione di maggiori risorse agli ospedali che garantiscano l'epidurale gratuita; e - non ultimo - iniziative legislative che limitino il fenomeno del condizionamento dei medici. giulia volpe |
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Fonte: Press Release: O.N.Da (Osservatorio Nazionale Salute Donna) |
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