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| Troppi cesarei: l'impegno dei bollini rosa | |
| mercoledì 1 settembre 2010 | |
| O.n.da: i cesarei sono una patologia del sistema. Negli ospedali con i "bollini rosa" l’impegno a ridurli. | |
| I parti cesarei, che nel 2007 hanno raggiunto il 38% delle nascite, portano l'Italia ai vertici (in negativo) della classifica europea, con gli ospedali del Sud che sfiorano il 60%, e le strutture private che toccano addirittura il 78%! E sebbene al Nord la situazione migliori, soltanto Bolzano (con il 20%) si avvicina ai valori raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la quale i “tagli” non dovrebbero superare il 15%, e dal Ministero della Salute italiano, che a quel che dovrebbe considerarsi un'eccezione (e non una regola) concederebbe invece il 20% del totale delle nascite. “Proprio per sensibilizzare gli ospedali anche a questo tema – spiega Francesca Merzagora, presidente dell’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna (O.N.Da) – abbiamo inserito tra le caratteristiche che devono avere gli ospedali per ottenere i nostri “Bollini Rosa”, l’impegno a ridurre costantemente il numero dei parti cesarei fino ad avvicinarsi alla soglia del 20% prevista dal Ministero”. Il ricorso al cesareo, ricorda infatti Merzagora, è consigliabile solo in caso di necessità clinica o in situazioni d'emergenza nell’interesse del nascituro e della donna. Ed anche se oggi è più sicuro che in passato, rappresenta pur sempre un intervento chirurgico con un pericolo di morte materna di 2,84 volte maggiore rispetto a un parto vaginale! “I numeri italiani sono il segnale di una patologia del sistema”, nota Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università Cattolica di Roma. Ne indicano la sua poca trasparenza, i problemi strutturali, organizzativi, economici e di responsabilità medica, prosegue il professore, “a partire dalle strutture che non garantiscono l’epidurale 24 ore su 24 e che preferiscono orientarsi verso il parto cesareo anche in assenza di reale necessità”. Le ragioni sarebbero da ricercarsi nell'eccessiva cautela da parte del medico che vuole tutelarsi da eventuali complicazioni ricorrendo direttamente al cesareo, specialmente nei casi di strutture sanitarie che non raggiungono livello di sicurezza adeguati. La donna opta per il cesareo per gli stessi motivi, soprattutto se non informata sui vantaggi della soluzione naturale quando non intervengano condizioni che rendano il taglio necessario. Le conseguenze di questa condotta però, oltre a ricadere sulla salute della donna (dolore post-operatorio, ricorso al cesareo anche per i parti successivi), pesano anche sul piano economico, per via dei costi derivanti da una più lunga degenza. “Ci vorrà tempo per modificare questo malcostume – conclude Ricciardi - ma qualcuno si è già mosso, come l’Ospedale San Leonardo Castellamare di Stabia - Nuovo Gragnano, che ha ridotto il ricorso ai parti cesarei dal 60 al 19% a dimostrazione che anche al Sud, se si applicano le Linee Guida, il problema si può risolvere”. la redazione |
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Fonte: Ufficio stampa ONDa |
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