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| E il bullismo si tinge di rosa | |
| martedì 7 settembre 2010 | |
| Fenomeno in espansione, soprattutto nelle scuole, il bullismo sembra coinvolgere in larga parte gli individui tra i 7 e i 17 anni, ed è in crescita fra le ragazze... | |
| Per bullismo s'intende il complesso di prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi ai danni dei loro coetanei. Nell'accezione comune del termine (dall’inglese “bullying” letteralmente “intimorire”), il bullismo è associato all'idea di intenzionalità in chi compie l’atto, all'asimmetria di quest'ultimo (al “bullo” corrisponde sempre una vittima), e al perpetuarsi dell’azione nel tempo. Secondo le stime del decimo "Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza", presentato nel dicembre 2009, più di un quarto dei bambini riferisce di aver subito più volte nell'ultimo anno offese immotivate, provocazioni o prese in giro; mentre oltre un quarto, e circa un quinto degli adolescenti, afferma di essere stato vittima di vere e proprie azioni di bullismo. Ma chi è il bambino o adolescente bullo? Un focus studio curato dalla Dott.ssa Paola Tabarini, Unità Operativa di Psicologia Pediatrica dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma, ne traccia un identikit. Partendo proprio dal giudizio delle piccole vittime dei “bulletti” coetanei: coloro che disturbano la classe, danno spinte, fanno male, sono fastidiosi, si mettono in mostra, normalmente non sono bravi a scuola ed anzi spiccano per essere tra gli ultimi. In caso di bulli adolescenti, si aggiungono l'ostentazione della prestanza fisica, le “rispostacce” ai professori, lo sfoggio di una presunta sicurezza e, anche in questo caso, un curriculum scolastico spesso insufficiente. Il bullismo, per esistere, ha spesso bisogno di più di una persona. Deve essere visibile agli altri ed ha bisogno di complicità, sia da parte di simili che fanno “da spalla”, sia da parte di un ambiente spaventato, la cui omertà favorisce il perpetuarsi del fenomeno e la sudditanza delle vittime. A veder crescere le proprie cifre, negli ultimi anni, è il così detto “bullismo rosa”, che la dottoressa Tabarini descrive come l'atteggiamento marcatamente psicologico con cui le bambine o le giovani ragazze tendono ad isolare le proprie vittime. Le armi utilizzate dalle “bullette” (inutile dirlo!) sono più sofisticate: oltre ad escludere dalla propria sfera la persona prescelta, affilano la lingua e, diffondendo pettegolezzi e calunnie sul suo conto, la danneggiano nelle sue relazioni sociali. Il risultato è un tipo di bullismo più subdolo di quello dei coetanei maschi, che deriva dalla maggior conoscenza delle implicazioni psichiche e delle fragilità su cui far perno, nonché dal fatto che tali modalità sono meno individuabili e punibili da docenti, istruttori o genitori. Che sia femminile o più classicamente maschile, affrontare il fenomeno "bullismo" non è mai semplice, avverte il Bambino Gesù, che raccomanda prima di tutto di saper distinguere tra soggetti “semplicemente aggressivi”, spesso i primi ad essere isolati dalla classe, e i veri e propri “bulli”, i cui atti aggressivi sono il risultato di un processo di gruppo, dove il leader rappresenta una dinamica collettiva. Per riconoscere gli uni dagli altri, suggerisce inoltre Tabarini, è necessario cogliere campanelli d'allarme, come i “riti d'iniziazione” che le vittime devono subire per essere lasciate in pace (ogni sorta di soprusi in cui vige la legge del più forte) ed altri segnali rivelatori, individuabili attraverso l'osservazione del gruppo classe e dei meccanismi che si creano al suo interno. L’isolamento di un soggetto, la creazione di gruppetti rigidi, la forte personalità di un alunno, le dinamiche che si scatenano a ricreazione, sono tutti indizi che possono aiutare ad individuare un disagio all’interno della classe. Dunque qual è, si chiederanno gli adulti alle prese con i piccoli bulli, la strategia da adottare per gestire i soggetti che mostrano questa particolare tendenza? Di certo, suggerisce la dottoressa Tabarini, non isolare gli artefici delle azioni, cercando invece di riportarli all’interno del gruppo classe; non permettere l’attacco al singolo, e quindi al gruppo, attraverso il bullismo, ma favorire una possibilità di coinvolgimento e di reintegrazione nel gruppo stesso. Un lavoro difficile, complesso, che dovrebbe coinvolgere non solo la classe, ma tutta la scuola, ed essere affrontato, da un punto di vista psicologico. Intervenendo sul gruppo, analizzando l’ambito in cui accade, le dinamiche esistenti, i rapporti tra le parti, ma senza escludere l’intervento sul singolo autore delle azioni. la redazione Argomenti correlati: Ragazze, sesso e noia. Video-intervista a Chiara Chiti, protagonista del film “Un gioco da ragazze” (Matteo Rovere, 2008). |
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Fonte: Ospedale Bambino Gesù |
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