Chi è

Rebecca Horn, nata in Germania a Michelstadt nel marzo del
1944, è nota in ambiti diversi dell’espressione
artistica: scultura, scrittura, cinema e soprattutto performance.
Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Amburgo,
mentre ora insegna dalla Akademie der Kunst di Berlino ed
alla St. Martin’s School of Art di Londra.
L’artista tedesca, oggi residente a Zell-Bad Konig
vicino Berlino, ha esposto nelle più note gallerie
d'Europa e d'America ed in musei come il Folkwang Museum
di Essen, il Musée d'Art Moderne de la Ville di Parigi,
il Museum of Contemporary Art di Los Angeles, il Solomon
R. Guggenheim Museum di New York che nel 1993 le ha dedicato
una prima retrospettiva, la Tate Gallery di Londra. Nel 1997
ha esposto nel Padiglione Italia alla Biennale di Venezia
diretta da Germano Celant, suo critico e grande estimatore,
ed a diverse edizioni di Documenta a Kassel.
Ha realizzato inoltre numerosi film tra i quali: Unicorn (1970), Shoulder Extensions,
Body Painting, Mata Hari, White 1, White 2, Yoni, Black 1, Black 2, (1971),
Flamingos, (1974), Paradise Window (1975), La Ferdinanda: Sonata for a Medici
Villa (1981), Buster's Bedroom (1990), con Donald Sutherland come protagonista.
L'opera
E’ significativa la collaborazione con Jannis Kounellis, frutto della quale è un’istallazione
realizzata nel 1986 in un manicomio a Vienna. Nel 2003 la Horn è stata
invitata a creare una delle più suggestive installazioni mai realizzate
per il Natale di Napoli, a piazza Plebiscito, disseminando il suolo di sculture
e l’aria di luci. Istallazione tanto suggestiva, quanto discussa: Al suolo
cosparso di teschi, simbolo di mortalità e fragilità umana, corrisponde
un empireo di aureole che illuminano la verità del divino. Su questo limite
starebbe il senso stesso dell’uomo e del divino.
Sullo sfondo, le figure di Franz Kafka e di Pier Paolo
Pasolini, decisive per la costruzione del mondo interiore
dell’artista tedesca. Al corpo, alle sue alchimie ed
ai suoi limiti, è dedicata la gran parte dell’attenzione
dell’artista. Tanto che la prima monografia che le è stata
dedicata, da Lea Vergine nel 1974, era già intitolata
proprio Il corpo come linguaggio. Si ricordano,
tra le opere degli anni ’70, i guanti capaci di estendere
di un metro e mezzo le dita della mano: protesi in grado,
insieme, di avvicinare al corpo e di allontanarne gli oggetti.
La sua opera interroga la tensione tra l’aggressività e
la sensibilità, la forza e la vulnerabilità,
il sogno e la realtà. Le sue opere più note
rimpiazzano gli uomini con macchine e strumenti inanimati,
in grandi istallazioni che compongono una drammaturgia ossessiva,
a volte minacciosa, comunque spiazzante.
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