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A cura di Antonella Sagone
Consulente professionale in allattamento materno (IBCLC)
Aumentano le donne che decidono di allattare al seno il loro bambino ma il periodo è ancora troppo breve: se alle dimissioni dall'ospedale allatta l'80% delle neo-mamme, dopo 3 mesi la media scende al 40%. Un dato emerso in occasione del XVI Congresso nazionale della Società Italiana di Psicoprofilassi Ostetrica (SIPPO).
I benefici derivanti dall'allattamento al seno, hanno sottolineato gli esperti, sono ormai noti alla maggioranza delle donne e degli operatori ed è cresciuta la consapevolezza tra le neo-mamme che optano per l'allattamento naturale prima di prendere in considerazione quello artificiale.
Tuttavia, ha affermato la ginecologa e ricercatrice all'Università La Sapienza Paola Ciolli, "non è ancora abbastanza ed è necessario proseguire in un'opera di sensibilizzazione e informazione perché sempre più donne conoscano l'importanza dell'allattamento naturale". Ma, soprattutto, è fondamentale 'accompagnare' le neo-mamme nel loro percorso, dal momento che in moltissime rinunciano ad allattare i propri bambini, prese da una comprensibile ansia, all'insorgere delle prime difficoltà. "Al momento delle dimissioni - ha rilevato Ciolli - 8 donne su 10 allattano al seno ma, già dopo un mese, la percentuale scende al 60%, per attestarsi intorno a poco più del 40% a tre mesi dall'uscita dall'ospedale. Un dato che ci pone in coda rispetto a molti altri paesi europei". "Il fatto - ha aggiunto Ciolli - è che mancano anche degli operatori preparati che aiutino le donne in questo percorso, soprattutto nella fase iniziale". Ed ancora: "Troppo spesso non c'è un'adeguata formazione universitaria sul tema e a ciò si aggiungono anche gli ostacoli posti dalle stesse strutture ospedaliere. Non tutte permettono infatti il rooming-in che - ha precisato l'esperta - consentendo alla madre di stare a diretto contatto col neonato per tutto il tempo, favorisce anche l'allattamento al seno".
Di questi tempi è alla ribalta la questione dei prezzi del latte artificiale, in Italia molto più elevati che negli altri paesi della Comunità Europea. La legittima battaglia per un mercato equo dei prezzi ha fatto perdere di vista il nodo di questo problema: la maggior parte delle donne ricorre a questo alimento sostitutivo non per scelta, ma perché non è riuscita ad allattare al seno quanto voleva. Se tutte le donne che desiderano nutrire il proprio figlio con il loro latte potesserofarlo senza ostacoli, secondo le stime dei ricercatori, il ricorso al latte artificiale sarebbe ristretto a una minoranza veramente esigua (si calcola che le donne con un'impossibilità organica ad allattare siano tra il cinque e l'uno per cento).
Le controindicazioni assolute ad allattare sono poche, e riguardano rarissimi difetti del metabolismo del bambino , o gravi malattie infettive materne come l'AIDS, l'HTLV-1 e l'Epatite B in fase acuta. Pochi farmaci precludono l'allattamento; spesso comunque si può effettuare una sospensione solo temporanea, mentre altri farmaci possono essere assunti mentre l'allattamento prosegue sorvegliando lo stato di salute del neonato. Gravi malattie debilitanti, che rendono difficile di per sé accudire un bambino, possono far sconsigliare l'allattamento, ma la situazione va valutata caso per caso. Nella maggior parte dei casi di malattie o condizioni croniche materne, come ad esempio la miopia, la donna può allattare suo figlio. Spesso le controindicazioni all'allattamento vengono confuse con quelli che sono invece semplici ostacoli: problemi al seno o al capezzolo, bambino che si attacca male o rifiuta di poppare. Mentre le vere controindicazioni rendono sconsigliabile l'allattamento, gli ostacoli sono solo segnali di difficoltà che si possono rimuovere.
I veri ostacoli all'allattamento al seno sono di carattere sociale e pratico. Molte donne non ricevono le informazioni giuste su cosa è normale in un lattante, ad esempio non sanno che è normale che si svegli la notte, o che a volte può avere bisogno di poppare al seno finché non si stacca spontaneamente, e con una frequenza elevata, anche 8-12 volte in 24 ore. Paradossalmente, lo standard è spesso considerato l'alimentazione con il biberon (sei o sette pasti al giorno con quantità prestabilite di latte), anche se questi criteri mal si adattano alla natura dell'allattamento al seno. Anche le curve di crescita dei neonati allattati al seno sono diverse da quelle di chi prende l'artificiale o un'alimentazione mista. Ci si allarma, poi, temendo la fine dell'allattamento, di fronte ai cambiamenti fisiologici del secondo-terzo mese - come la morbidezza dei seni, la fine delle perdite spontanee di latte o il ritorno delle mestruazioni. Quando l'andamento dell'allattamento comincia ad allontanarsi dalle aspettative, ci si allarma e si ritiene erroneamente che il latte sia insufficiente, e si comincia a somministrare aggiunte.
A volte il bambino sta effettivamente assumendo meno latte del necessario, ma molte mamme non sanno che il latte può anche tornare ad aumentare se si cambia la gestione dell'allattamento correggendo gli aspetti non adeguati. Può darsi ad esempio che il bambino non stia poppando in modo efficace, oppure non venga messo al seno tutte le volte che ne segnala il bisogno, perché si cerca di distanziare le poppate; in questi casi la soluzione proposta per prima è spesso quelladell'aggiunta di latte artificiale. Tuttavia l'uso del biberon può a volte portare ad abitudini, nella mamma e nel bambino, che fanno declinare l'allattamento al seno. Infatti può portare a limitare il tempo del bambino al seno – che viene così insufficientemente stimolato; oppure può far sviluppare tecniche inadeguate di suzione nel bambino, che così assume meno latte e può causare dolorosi problemi al seno e al capezzolo.
Per capire se il bambino sta prendendo latte a sufficienza l'unico criterio affidabile è guardare come cresce e controllare che bagni bene almeno 4-5 pannolini al giorno. È molto importante che la mamma in difficoltà sappia riconoscere il momento in cui chiedere aiuto e rivolgersi a persone esperte di lattazione. Potrà così essere aiutata a correggere quegli aspetti che stanno ostacolando la piena riuscita dell'allattamento e, nel caso sia per qualche tempo necessaria un'integrazione al latte materno, consigliata su come farlo senza interferire con il mantenimento della lattazione.
Numerose leggi, raccomandazioni e direttive nazionali e internazionali tutelano la madre che allatta e regolamentano la commercializzazione del latte artificiale. L'OMS si occupa di questo tema fin dalla fine degli anni '70; in particolare raccomanda che l'allattamento sia avviato entro mezz'ora dal parto, proseguito in modo esclusivo fino a sei mesi e poi affiancato da altri alimenti, continuando ad allattare possibilmente fino ai due anni e, se si desidera, anche oltre. È invece del 1981 il Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del latte materno, una direttiva OMS che regola il marketing dei prodotti per l'allattamento artificiale; queste normative sono state parzialmente raccolte anche dalla legge italiana. L'OMS-UNICEF ha poi promosso l'iniziativa "Ospedali amici dei bambini": una campagna globale per modificare la qualità dell'assistenza data alle puerpere e ai neonati, creando le condizioni ottimali al successo dell'allattamento al seno. Le strutture che vogliono meritarsi questo riconoscimento devono superare l'esame di un'apposita commissione, adottando un codice di comportamento in dieci passi fondamentali: attuare l'allattamento immediato (entro mezz'ora dalla nascita), esclusivo (solo latte materno, senza biberon o ciucci) e a richiesta (ogni volta che mostra di voler poppare); informare le madri sui vantaggi dell'allattamento al seno e come mantenerlo, anche tirandosi il latte, in caso di separazione dal neonato, e promuovere nel territorio i gruppi di sostegno fra mamme; rendere possibile il rooming-in nel reparto di maternità e redigere linee di condotta scritte sull'allattamento, formando il personale in modo da poterle attuare. Attualmente in Italia vi sono otto ospedali certificati come Amici dei bambini.
topI piccoli problemi che la mamma può incontrare con l'allattamento al seno possono essere superati senza grosse difficoltà, attuando gli accorgimenti tecnici adatti; ma gli ostacoli di tipo sociale e culturale sono più ardui e possono trasformare un piccolo intoppo in un motivo per far intraprendere precocemente lo svezzamento. I pregiudizi nei confronti dell'allattamento materno hanno radici profonde che vanno oltre gli aspetti strettamente legati alle scelte alimentari.
Un grosso equivoco consiste nel ritenere l'allattamento al seno come una modalità di nutrizione del bambino equivalente ed alternativa all'allattamento artificiale attraverso il biberon. Di fatto, invece, attaccare al seno un figlio è un modo per accudirlo in tutti i suoi bisogni, non solo alimentari. Insieme ai nutrienti si forniscono al bambino fattori immunitari, ormoni, enzimi, sostanze tranquillanti: il latte materno è un tessuto vivo e un vero e proprio complesso di "segnali chimici" che modellano in modo sottile il metabolismo del bambino. Inoltre al seno materno il bambino trova calore, contatto fisico, tenerezza e interazione umana: un'intimità rassicurante di cui egli si avvale per crescere fisicamente, emotivamente e dal punto di vista intellettivo. Ridurre il gesto di dare il seno alla sola funzione di nutrire crea molti degli equivoci che fanno condurre l'allattamento in modo non appropriato: ad esempio non offrendo il seno a richiesta ma solo quando si ritiene che il bambino abbia bisogno di mangiare. Questo porta a non sfruttare appieno tutte le potenzialità che tale meccanismo biologico ha predisposto per le madri e i bambini. La stessa visione riduttiva fa sì che anche lo svezzamento venga effettuato sostituendo un pasto a ciascuna poppata fino a un abbandono dell'allattamento materno, invece che integrando le poppate al seno con i cibi solidi, il che permetterebbe di ottimizzare l'apporto di nutrienti per il bambino nella seconda metà del primo anno.
La nostra cultura tende di fatto a svalutare la mamma che allatta e creare insicurezze piuttosto che incoraggiarla e sostenerla. Spesso si esprime sfiducia nella capacità biologica e psicologica di madri e bambini di trovare un loro equilibrio, maturare ed evolvere nella loro relazione senza doversi attenere a regole standardizzate e all'aiuto degli esperti. Spesso la "normalità" del biberon ha come controparte la "straordinarietà" del seno materno, e la donna che allatta è lasciata sola con le sue insicurezze, senza conferme sociali ed anzi guardata come un'estremista. Qualsiasi problema della mamma o del lattante, che sia o no direttamente legato all'allattamento al seno, viene facilmente imputato a quest'ultimo, paradossalmente percepito come un "forzare" l'organismo della mamma o del bambino. La vera e propria ossessione di non produrre abbastanza latte, caratteristica dei paesi in cui l'allattamento al biberon è la norma, fa vivere alla nutrice questi mesi senza l'appoggio e la serenità che le sarebbe necessaria.
La proposta culturale che proviene dall'allattamento al seno si integra a fatica con i valori dominanti nella nostra cultura. La valorizzazione del lavoro produttivo ed extradomestico si traduce in una svalutazione del lavoro materno, che oggi si svolge spesso nella solitudine di un appartamento, piuttosto che in un contesto sociale collettivo e allargato. Inoltre, la calma, l'istinto, la flessibilità e la disponibilità di tempo che richiede un bambino trovano poco spazio nel ritmo frenetico e strutturato delle nostre vite. L'approccio prevalente, incentrato sulla produzione e sul consumo di oggetti, si applica senza difficoltà all'utilizzo di latte artificiale e biberon, mentre l'allattamento materno risulta un processo sfuggente, non facilmente definibile, misurabile o controllabile.
L'esaltazione dell'indipendenza, intesa anche come emancipazione dal bisogno di aiuto del prossimo, propria della nostra società, ostacola l'accettazione dell'intenso e prolungato legame che esprime la coppia nutrice-lattante. Restituire all'allattamento al seno il suo posto di funzione fisiologica e di naturale prosecuzione della gravidanza e del parto significa operare una rivoluzione copernicana nel mondo della puericultura.
Allattare al seno non richiede orologi, bilance, disinfettanti, abbigliamento o attrezzature particolari: è sufficiente controllare periodicamente il bambino per verificare quei segni fisiologici che ne confermano l'accrescimento e la buona salute. Il breve ma basilare periodo della lattazione non è la fase adatta per educare o condizionare il bambino ad orari ed abitudini specifici: si tratta di relativamente pochi mesi di vita, durante i quali però l'allattamento veicolerà l'apprendimento sociale ed emotivo del bambino; seguire le sue necessità in questa fase transitoria non comporta vizi, come confermato dai dati empirici relativi allo sviluppo affettivo dei bambini allattati anche a lungo. Una volta rinunciato a far rientrare l'allattamento materno in schemi che non gli sono propri, recuperata una frugalità che non ha bisogno di complicate attrezzature, è possibile ritrovare nell'allattamento materno non tanto l'eccezionalità di un dono speciale che la madre fa al bambino, ma la naturalità di un processo semplice e normale che ha milioni di anni di storia.
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