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A cura di Norina Wendy Di Blasio
Le malattie cardiovascolari sono comunemente percepite come un disturbo essenzialmente maschile che colpisce in tarda età. In realtà è opportuno avere presente che si tratta di una tra le principali cause di mortalità anche per la donna, come per l'uomo. E questo senza che le donne, ed in parte i medici, ne siano consapevoli.
Sono in Europa il killer principale delle donne (responsabile del 40% di tutte le morti – cioè il doppio di tutte le morti causate da tutti i tumori combinati tra loro). La malattia coronarica e l'ictus, ad esempio, sono dieci volte più frequenti del tumore al seno.
Le cardiopatie sono in aumento e rappresentano ormai la principale causa di morte anche per la donna: in Italia l’infarto del miocardio uccide 33.000 donne l’anno – il triplo dei decessi causati dal tumore della mammella. Negli Stati Uniti muoiono più donne che uomini per malattie cardiovascolari (secondo i dati dei Centers for Disease Control il 53% delle morti cardiovascolari è femminile).
Nonostante questi dati, la donna risulta essere svantaggiata in termini di valutazione del rischio, diagnosi, prognosi e trattamento.
Ma qualcosa sembra muoversi dal momento che questi temi sono stati il fulcro del messaggio lanciato dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) al suo ultimo Congresso di Stoccolma. I dati preliminari del programma ' Women at Heart ' presentati in questa occasione dimostrano infatti chiaramente che vi è una forte disparità di genere nel trattamento e nella ricerca di queste malattie. "Per molto tempo si è ritenuto che le malattie cardiovascolari fossero un problema esclusivamente maschile”, ha sottolineato Silvia Priori della Fondazione Maugeri di Pavia, chairperson del progetto 'Women at Heart', "quando invece le statistiche non solo europee ma anche mondiali rilevano che anche le donne, soprattutto nell’età della menopausa, vengono colpite da queste malattie”.
Secondo i dati del programma 'Women at Heart' per la donna si riducono molto le possibilità di:
Inoltre sono poco rappresentate nei trial clinici e questo necessariamente si traduce in un numero inadeguato di evidenze per la scelta del trattamento opportuno.